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La guerra fredda tra il Papa e Trump


L’Occidente ha oggi due leader sulla scena globale che sono agli antipodi: Donald Trump e Papa Francesco. È una guerra fredda, un conflitto sotterraneo, ma anche vistoso, fra il trono e l’altare, tra il potere politico e il potere pastorale. Entrambi si professano cristiani, entrambi vogliono la pace, entrambi sono profondamente divisivi, anche se Trump sa di esserlo e non gli dispiace; mentre Bergoglio si reputa inclusivo ed ecumenico, pur avendo spaccato la cristianità. Il cristianesimo di Trump è politico e civile, nel senso che la sua preoccupazione è la difesa della civiltà cristiana e del capitalismo d’America dai nemici esterni ed interni; e infatti raccoglie intorno a sé varie chiese evangeliche, lasciando al suo vice, Vance, il compito di rappresentare la componente cattolica. Quello di Bergoglio, invece, è cristianesimo morale e sociale più che religioso e confessionale, si occupa più del pianeta, dei poveri, dei migranti e meno del sacro, della fede e della devozione. Non è dunque un conflitto tra potere temporale e potere spirituale, perché di spirituale c’è poco da ambo i versanti e quel poco è distribuito tra le due parti.

Quanto alla pace, Trump usa la forza, le minacce e i dazi per ottenere la pace, nel nome di un realismo ruvido ma incisivo; Bergoglio, invece, predica la pace, ripetendo i suoi messaggi all’infinito ma è inascoltato e inefficace. Finora, si sa, nessun pacifismo ha mai sconfitto una guerra e fermato i guerrafondai; mentre la forza, la deterrenza, il negoziato possono in effetti fermarla. Si vis pacem, para bellum, dicevano gli antichi, e i moderni non sono riusciti a trovare un metodo migliore per dissuadere i belligeranti oltre l’uso della forza e del ricatto, che poi diventa scambio – do ut des – e infine patto o contratto.

Personalmente non amo, per ragioni molto diverse, i due personaggi, ma riconosco che a fermare i conflitti nel mondo, a partire da quelli in Ucraina e in Medio Oriente, è più probabile che ci riesca Trump piuttosto che il Papa. Non amo i due personaggi e buona parte dei loro messaggi ma quelli di Trump, machiavellicamente, entrano nel male per produrre qualche beneficio; quelli bergogliani scivolano in una ritualità che diventa routine e non tocca nemmeno chi li ascolta: le prediche papali, come quelle del suo vicario civile Mattarella, sono un “versare il niente nel voto”, parole senza sostanza, che non mutano gli assetti, non generano cambiamenti nemmeno in chi li ascolta. Sono solo virtuosi sermoni, come diceva sempre il Messer Niccolò di cui sopra, che non cambiano la realtà delle cose. Al più servono per apparire anime belle.

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Pur non amando i due personaggi, avverto tuttavia una doppia asimmetria rapportandomi a loro. Francesco sembra venire da un mondo a noi più caro, più famigliare, più vicino: la Chiesa romana, santa, apostolica e cattolica, la religione dei nostri padri, delle nostre madri e della nostra civiltà, quella cristianità oggi vituperata ma che ha dato al mondo, pur tra imperdonabili cadute, millenni di luce e di conforto, di bellezza nelle arti, di misericordia nell’aiuto ai poveri e ai malati, di operosa santità nella vita dei martiri e dei tanti che si spesero nel nome della sua fede. E poi Francesco proviene dal Sudamerica che sentiamo più vicino, pieno di oriundi italiani, e oriundo italiano egli stesso. E tuttavia questa percezione di vicinanza, che sentiamo rafforzata dalla sua ubicazione a Roma e dalla lingua abituale che usa nei messaggi, l’italiano, rende ancora più stridente il contrasto con la sua refrattarietà a caricarsi sulle sue spalle la croce della tradizione cattolica, della civiltà cristiana, del ruolo di defensor fidei e di padre e pastore di Mater et Magistra, la nostra religione.

Viceversa c’è qualcosa di estraneo che avvertiamo a pelle, allo sguardo e all’ascolto di Trump: quell’aria tronfia e vagamente minacciosa per chi non è americano, quel tono stridulo e petulante di voce, quella cresta inverosimile; e poi il suo capitalismo rampante, la sua mentalità da magnate che monetizza tutto e tratta su tutto. Se proprio devi definirlo cristiano lo senti al più come protestante, calvinista, e se proprio devi riconoscergli un’ulteriore identità oltre quella americana, traspare l’origine tedesca. Quel che dice suona sempre come un messaggio nordamericano contro il resto del mondo. Ma poi sai che con lui davvero ci saremmo risparmiati con ogni probabilità, come lui stesso dice, la guerra in Ucraina e centinaia di migliaia di morti, distruzioni e danni economici anche per noi europei, con la scusa opposta di “difendere l’Europa”, in realtà indebolendola e tenendola al guinzaglio americano. Le sue deportazioni e i suoi rimpatri non differiscono da quelli praticati dai suoi predecessori dem, anche se lui li ha resi più spettacolari, per dimostrare che sta facendo quel che gli hanno chiesto i suoi elettori. E perfino la sua soluzione drastica sbandierata per Gaza, è perlomeno un tentativo di soluzione, mentre la tregua cieca, senza prospettive, è solo un permanere nella condizione insopportabile di prima e rimandare la guerra, le persecuzioni e le ritorsioni terroristiche alla prossima puntata. Quando vedi che l’odio si è radicato a tal punto che ciascuno ha un famigliare ucciso che vuol vendicare, ti accorgi che quella guerra non può avere soluzioni se da ambo le parti il progetto finale è l’eliminazione totale del nemico. Trump è realista e con crudo realismo sta prospettando soluzioni inedite che all’apparenza sembrano le più laceranti ma che sono quantomeno una base concreta su cui poi ragionare.

Dal Papa, invece, non giungono soluzioni ma appelli vaghi a un’impossibile fratellanza tra i due popoli; appelli che hanno un grado di efficacia pari a quello della canzone cantata insieme da Noa e Mira Awad a Sanremo. Sposando lo stesso orizzonte di Bergoglio, le due cantanti scelgono come messaggio Imagine di John Lennon che auspica per la pace l’eliminazione delle religioni: questo ci fa capire dove porta quel pacifismo irenico e irreligioso (Che pena il Papa a Sanremo, equiparato a Jovanotti).

Trump e Bergoglio non tifano per l’Europa, perché uno pensa ad America First e l’altro al pianeta green, con un occhio più benevolo verso l’Africa e il terzo mondo. Noi, da italiani, mediterranei ed europei, non potremmo mai schierarci del tutto con uno o con l’altro, pur sottolineando i nostri legami religiosi e geopolitici. Dovremmo sentirci legati alla cristianità nonostante Bergoglio e allearci al realismo trumpiano nonostante Trump. E restare italiani, mediterranei, europei, con realismo pratico e passione ideale.

La Verità – 14 febbraio 2024

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