Il fuoriclasse veronese a 36 anni correrà con la Lotto e mette nel mirino l’amata pista e una corsa su strada
Trentasei anni, 23 medaglie su pista fra Olimpiadi (3), Mondiali (8) ed Europei (12), 89 successi su strada e l’ottava squadra della carriera, la belga Lotto, che l’ha appena messo sotto contratto per il 2025 con l’accordo di andare avanti in caso di annata felice. Per il veronese Elia Viviani, classe 1989, stella del ciclismo azzurro di Vallese di Oppeano, ci sono ancora strade su cui pedalare.
Viviani, a 36 anni come si gestisce il fisico?
«Nello sport ci sono icone che fanno da riferimento, penso a LeBron James nel basket Nba e a Novak Djokovic nel tennis, atleti che si alzano ancora ogni mattina con la stessa voglia di fare sacrifici. Io continuo ad andare a letto presto e a mangiare bene. So di poter fare dai 20.000 ai 30.000 km l’anno e di dover lavorare più sulla qualità e sull’esplosività del gesto che non sulla quantità di ore passate in bici».
Il progresso fa sì che le giovani leve spostino l’asticella sempre più in là: alla sua età che cosa significa?
«Oggi non è più un ciclismo per trentenni ma per ventenni che corrono già a un livello superiore, da Pogacar a Evenepoel fino al nostro Milan. Prima eri maturo e raccoglievi i frutti a 28 anni, adesso vinci quando ne hai 22. Quindi, per quelli come me, è tutto più difficile».
Lei è sempre stato attento all’evoluzione tecnica: in questi suoi 15 anni di professionismo qual è stata la novità più impattante?
«Non è la bici a essere cambiata tanto, perché quando ho iniziato c’era già il carbonio e i telai erano leggerissimi, al massimo avevi ancora freni normali e non a disco. Io credo sia cambiato l’approccio dei ciclisti. Oggi ognuno vive questo sport professionalmente, cercando il meglio, si è alzata l’attenzione su tutto: preparazione, alimentazione, come portare il corpo ai massimi livelli».
Un esempio?
«Una volta non sapevamo nemmeno cosa fossero gli esercizi mattutini di attivazione, né ricevevamo telefonate giornaliere dagli allenatori. Ora, ogni minuto della vita di un ciclista è pensato in funzione del ciclismo. Noi vecchi siamo un po’ fermi sulle nostre certezze: sarà utile fare esercizi a corpo libero prima della gara, però alla fine l’importante è lavorare bene in bici e non abbuffarsi…».
Nell’annunciare l’accordo con la Lotto ha detto che «ci sono ancora tante volate ad attendermi». Il momento più bello di uno sprint?
«C’è una fase in cui lavori per trovare la posizione ed essere sulla ruota giusta, caratterizzata da mille calcoli mentali. Ma poi c’è il momento in cui ti alzi sui pedali e devi dare il massimo. È quando ti dici “ok, adesso…” e per me, quello, rimane sempre il momento più bello».
La Lotto non farà il Giro d’Italia, conferma?
«Confermo, ma avrò tante altre possibilità. Mi piacerebbe rientrare facendo la Milano-Sanremo e un grande giro a tappe. Se mi guadagno il posto per il Tour de France bene, se non sono a corto di energie mi è sempre piaciuta anche la Vuelta. L’idea è tornare a vincere una gara su strada. Poi su pista vorrei riprendermi l’Eliminazione nel Mondiale, a fine anno».
Non è scritto che il 2025 sia il suo ultimo anno, giusto?
«No, io volevo trovare una squadra che credesse in me e l’accordo con la Lotto è che se torno a vincere e sto bene, si andrà avanti».
Le chiederanno di aiutare i giovani del team: quand’era un «baby» quale consiglio per lei si è rivelato utile?
«Ho avuto la fortuna di correre in una Liquigas di stelle e da Francesco Chicchi ho preso la serenità di chi sa che, se perde una corsa, ci sarà sempre un’altra volata. Una lezione fondamentale per vivere il ciclismo accettando anche le sconfitte».
Il suo primo mentore alla Luc Bovolone, Luc Scapini, dice che lei diventerà in futuro un grande allenatore a livello mondiale.
«Vedremo… La parte tecnica del lavoro su una squadra mi piace molto di più della parte politica e amministrativa. In futuro sarebbe bello anche dare una mano a Marco Villa in Nazionale. Il mio pensiero è sempre stato rimanere nel ciclismo anche dopo aver smesso».
Nel futuro dell’Italia su pista c’è il veneto Renato Favero, già tassello azzurro agli Europei: come lo vede?
«Lui è uno di quelli che hanno già mostrato di essere al livello del quartetto “A” e, se gestisce bene questi tre anni, sarà uno dei quattro che ai Giochi di Los Angeles potranno darci soddisfazioni. Veniamo da anni di altissimo livello e ci aspetta una rifondazione della squadra maschile, cui bisogna dare il tempo di crescere. A livello femminile abbiamo la garanzia di un’altra Olimpiade in cui cercare grandi traguardi».
Il ciclismo è anche sport di paesaggi: il posto più bello dove ha pedalato?
«Direi tra le rocce rosse del Colorado».
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link