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Export Veneto, nel 2024 crollo degli scambi verso la Germania: «Dalle elezioni la speranza della ripresa industriale»


di
Claudio Trabona

Nei primi nove mesi del 2024 persi quasi 600 milioni di euro. Le aziende venete sperano che il post-elezioni nel primo mercato europeo cambi la situazione

Per comprendere quanto le elezioni tedesche siano state affare anche nostro (nel senso letterale del termine) basta gettare uno sguardo ai dati Istat, appena elaborati da Unioncamere Veneto, sull’interscambio tra la regione e la Germania: nei primi 9 mesi del 2024 il nostro export ha perso 572 milioni in valore e quasi 7 punti in percentuale, situazione che peraltro si confronta con lo stesso periodo del 2023, già annata di contrazione. Il calo diventa serio e preoccupante, cioé a doppia cifra, per le voci più classiche della nostra industria: la moda e il tessile, la meccanica e gli impianti. Il totale delle attività manifatturiere segna -622 milioni. Si salvano solo l’alimentare e le bevande, e sotto questa voce probabilmente si cela, tra gli altri, il riscatto del Prosecco.

Primo mercato

E ora, mentre è grande la confusione sotto il cielo europeo (e mondiale), che succede dopo il voto nella Repubblica federale? L’economia veneta attende con trepidazione e i primi segnali lanciati dal prossimo premier Friedrich Merz sembrano infondere qualche speranza. «Nonostante tutto – esordisce Silvia Moretto, ad di Db Group e delegata agli Affari internazionali di Confindustria Veneto Est – la Germania continua ad essere il primo mercato di sbocco delle nostre produzioni, tant’è che pesa da sola il 13,4% dell’export regionale. C’è un problema che riguarda i mercati di consumo e di trasformazione tedeschi, e questo spiega i cali a doppia cifra che registrano la moda e la meccanica». Ecco perché il primo approccio di Merz sulla politica economica interna potrebbe preludere a una svolta: «Il cancelliere in pectore ha aperto alla possibilità di investimenti in deficit, e sappiamo quanto sia per loro inusuale, con l’obiettivo di sostenere la domanda e avviare la ripresa dopo quasi due anni di recessione». Semplice: se ripartono loro, si riavviano le commesse a nostro favore. Ma poi c’è un aspetto più generale: «L’auspicio è che il governo tedesco abbia un ruolo positivo nel bisogno di ritrovare unità nell’Ue, proprio nel momento in cui l’Europa viene presa a sberle». E che magari influenzi le decisioni di Bruxelles sul green deal, che tanti dolori sembrano creare all’industria di casa nostra e loro: «Non si tratta di rinnegare le politiche per la sostenibilità, ma di misurare bene le conseguenze in corso d’opera ed essere pronti ad azioni correttive».




















































L’auto che arranca

Il male tedesco si chiama, in larga parte, industria dell’auto. «Le difficoltà delle nostre imprese fornitrici – rileva Antonella Trevisanato dell’area Studi e Ricerche di Unioncamere Veneto – non sono immediatamente rintracciabili nei numeri dell’Istat sull’export, ma sappiamo che hanno un peso notevole nel calo della voce “prodotti in metallo”, crollata del 19% nei primi tre trimestri del 2024. E si spalmano anche su altre categorie merceologiche. Visto il dato del Pil tedesco appena uscito (-0,2%), direi che è lecito attendersi un andamento del tutto analogo sull’intero anno passato». Per Francesco Zirpoli, economista, docente ordinario a Ca’ Foscari e uno dei massimi esperti di automotive in Italia (guida il centro ricerche Cami), i problemi sono talmente complessi e strutturali da suggerirci di guardare più alla Volkswagen che al cancellierato di Berlino: «La vera partita si gioca sulla capacità dei gruppi tedeschi, fortemente orientati negli anni scorsi all’export verso la Cina, di recuperare competitività industriale sull’auto elettrica». Merz potrebbe usare tutta l’influenza del suo governo su Bruxelles per prendere tempo in tema di transizione energetica e di addio ai motori termici? «Sarebbe un boomerang, in realtà. Cristallizzare la situazione potrebbe fornire un ulteriore vantaggio a favore di chi ne gode già, i cinesi. Se stai dietro e fermi tutto, l’avversario che ti precede può allungare la distanza. La questione riguarda l’innovazione, di prodotto e di processo: in questo momento nell’industria dell’auto, ad altissima intensità di capitale, conta assai di più del costo del lavoro. Come abbiamo rilevato in un nostro studio, i cinesi, per realizzare le loro vetture, usano i robot in misura sei volte maggiore dei loro omologhi americani». E a un gap si aggiunge un altro gap: «Le industrie del Nordest italiano fornitrici dei produttori tedeschi d’auto investono molto meno in ricerca e sviluppo di quanto non facciano le analoghe imprese di Piemonte, Lombardia ed Emilia».

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La questione energetica

Svenja Bartels, avvocata a capo della sede padovana di Rödl & Partners, studio legale specializzato proprio nell’assistenza al business italo-tedesco, consiglia prudenza nelle valutazioni: «Vediamo cosa succederà. Si dà per scontata la formazione nel mio Paese di un governo con la Grosse Koalition, cioé insieme alla Spd, ma quest’ultima sembra voler frenare. Spero non prevalgano interessi di partito». Anche Bartels vede nella disponibilità di Merz a una robusta iniezione di investimenti interni, «specialmente nelle infrastrutture e nella difesa», un elemento che può trasmettersi a beneficio dell’economia nordestina. Da valutare i riflessi sul rigore promesso in tema di migranti: «Potrebbe comportare rigidità burocratiche a sfavore delle imprese e della circolazione delle persone». C’è un altro ambito in cui la debolezza tedesca sembra assumere aspetti strutturali, ed è l’energia: «È un campo di cui mi sono occupata a lungo ed ho osservato quanto sia aumentata la bolletta per le aziende tedesche, che fino a qualche anno fa godevano di tariffe assai più vantaggiose rispetto a quelle italiane». Merz, dopo i contraccolpi da chiusura dei rubinetti del gas russo, potrebbe riaprire il capitolo del nucleare? «Difficile, era un tema più che altro del partito Afd. Le stesse aziende che hanno gestito le centrali atomiche chiuse non ritengono sia praticabile una loro riapertura: sono tecnologicamente superate. E in ogni caso un piano di nuovo nucleare richiederebbe tempi nell’ordine dei vent’anni e oltre». Meglio non attendersi miracoli.

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26 febbraio 2025



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