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Gli ebrei italiani discutono. E si ritrovano lacerati


Uno dei frame razzisti più ricorrenti consiste nel mostrare una specifica comunità etnica e/o religiosa come un monolite, mai divisa e pronta a muoversi come un sol uomo. Ovviamente, siamo di fronte a una mistificazione: ogni comunità è attraversata da tensioni e conflitti. Forse è ancor di più una menzogna se si parla del mondo ebraico, storicamente attraversato da attitudine al meticciato, posture cosmopolite e culture universali difficili da contenere dentro il filo spinato dei confini di uno stato-nazione. Ecco perché il testo pubblicato ieri anche su questo giornale con il quale oltre duecento ebrei ed ebree italiane dicono «no alla pulizia etnica» evocando l’intenzione manifestata da Donald Trump di «espellere i palestinesi da Gaza» e «la violenza del governo e dei coloni» ha scatenato il dibattito, il confronto e anche lo scontro nelle comunità del nostro paese.

«L’APPELLO che abbiamo promosso insieme al gruppo ‘Mai indifferenti’e a tante altre persone non appartenenti ai due gruppi si ispira ad analoghe iniziative messe in campo negli Stati uniti e Australia – spiegano dal Laboratorio ebraico antirazzista – Vuole fare emergere una voce ebraica di dissenso netto e forte. Invitiamo altre ed altri ebrei a sostenerlo per esprimere la propria opposizione alla pulizia etnica di ieri, di oggi e di domani, in Palestina e in ogni luogo». In queste ore stanno arrivando molte adesioni. Si va costituendo una massa critica che ha un peso specifico rilevante e che raggiunge numeri relativamente importanti, se si considera che la comunità ebraica italiana conta circa 30 mila persone. Tra i primi sottoscrittori, peraltro, ci sono persone di diversa provenienza politico-culturale. C’è, ad esempio, anche Ariel Dello Strologo, che è stato candidato a sindaco del centrosinistra a Genova e presidente della comunità ebraica del capoluogo ligure e che aveva aderito anche al manifesto fondativo di Sinistra per Israele (cartello che possiamo schematicamente descrivere come espressione dei sionisti di centrosinistra).

LE FRATTURE si sono riversate in modi più o meno piacevoli anche nella sfera dei social network. Dal canale Telegram Israele senza filtri, quasi 9 mila iscritti, è partito l’invito ad attaccare la bacheca Facebook di Gad Lerner, un altro dei firmatari. «Gad Lerner, l’Ebreo ‘buono’ per i pagliacci antisemiti, nel giorno in cui Israele piange una mamma e due bambini brutalmente uccisi a sangue freddo e mani nude da Hamas, in prigionia, ci tiene a distinguersi» si legge tra le altre cose. Ma la contrapposizione più forte, con toni sprezzanti quando non offensivi, viene dall’ex presidente della comunità romana e attuale vicepresidente della European jewish association Riccardo Pacifici, che ha reagito invocando l’idea di una comunità che deve muoversi come un monolite ed espellere i traditori della patria: «Per mostrarsi belli e buoni» dice riferendosi ai firmatari dell’appello «ci stanno mettendo nel migliore dei casi alla gogna, ma ci stanno mettendo in pericolo serio».

A SUO MODO, che abbiamo scelto di depurare dai passaggi più grevi per non distogliere dal nodo politico della faccenda, Pacifici coglie il punto. A detta di molti, la presa di posizione contro la pulizia etnica è il segno che nel corso di questo anno e mezzo si sono accumulate frustrazioni e delusioni che sono approdate a questa esplosione. Il massacro del 7 ottobre ha senz’altro rappresentato un trauma anche per gli ebrei israeliani di sinistra che dapprima, spesso ma non sempre, hanno avuto una reazione identitaria. Più in generale questa risposta, spiegano alcuni, «è tragicamente indice di solitudine e debolezza. Di paura e non di forza». «Ma non possiamo dimenticare questo anno e mezzo», dicono diverse voci dell’ebraismo italiano. Al punto che la devastazione di Gaza potrebbe aver rotto l’identificazione assoluta degli ebrei della diaspora con lo stato di Israele. «Il problema non è solo Netanyahu – dice ad esempio Roberto Della Seta, firmatario e promotore oltre che ex presidente nazionale di Legambiente – Ormai il problema è Israele come entità statale. E iniziative come la nostra servono a rompere la solidarietà automatica della diaspora con la deriva nazionalista di Israele».



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