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Inrca, buco di 17 milioni. Lo (s)profondo rosso della sede di Cosenza: “E adesso chi paga?”


Persino per una Regione abituata a pagare decine di milioni di euro l’anno di mobilità passiva all’Emilia-Romagna, pensare di doverne saldare altri 17 e mezzo alla Calabria pare francamente troppo. Eppure è quanto prospetta il Pd, che tramite la consigliera pesarese Micaela Vitri è andato a spulciare i conti dell’Inrca di Cosenza, scoprendo l’esistenza di un buco di oltre 17 milioni. Che c’entrano i marchigiani? L’Inrca è l’istituto specializzato in ricerca e cura nella geriatria. La sede principale e legale è ad Ancona. Ci sono poi due sedi periferiche, di cui una a Cosenza che dipende da Ancona e che continua ad accumulare debiti. Lo fa dai tempi dell’ex governatore di centrosinistra Luca Ceriscioli, che proprio per questo nel 2018 strinse un accordo transattivo con la Regione Calabria, che da allora si è impegnata a saldare il debito. “Senza mai salti – dice oggi l’assessore regionale alla sanità, Filippo Saltamartini – e risultando quindi sempre adempiente”.

Quello che è cambiato è che “la Regione Calabria – afferma Vitri – ha escluso l’Inrca dalla Gsa, la Gestione sanitaria accentrata, prevista a livello nazionale. La conseguenza è che ora quel debito ricade su tutto l’Inrca e non lo pagherà la Regione Calabria. Per cui chi dovrà pagare è l’Inrca anconetano, con le tasse dei marchigiani”. Per scongiurare questa sciagura, secondo Vitri, c’è solo un modo: “Sottoscrivere un nuovo accordo tra il presidente delle Marche Francesco Acquaroli e l’omologo calabrese Roberto Occhiuto, che preveda il ripianamento da parte della Regione Calabria dei debiti accumulati dall’Inrca di Cosenza”. Qualche giorno fa, lo stesso governatore Acquaroli ha annunciato sui social il rilancio di una collaborazione tra le due Regioni per una nuova convenzione. Novità accolta positivamente da Vitri che però ieri, nel corso di una conferenza stampa con i colleghi consiglieri Anna Casini e Maurizio Mangialardi, ha puntualizzato: “Occorre spingere per un accordo chiaro: la Regione Calabria deve accollarsi le perdite dell’Inrca di Cosenza. Servono atti, non parole”.

“Tutto falso” è il controcanto dell’assessore Saltamartini: “L’accordo transattivo del 2018 tra Marche e Calabria prevedeva che l’Inrca di Cosenza continuasse a svolgere il suo ruolo e la Regione Calabria si impegnasse a pagare tutta una serie di prestazioni erogate dall’Inrca stessa. Prestazioni che sono state effettivamente pagate fino al 2018, tuttavia ad oggi devono essere ripianati gli anni dal 2019 al 2023. Ma i pagamenti annuali sono sempre stati rispettati e la Regione è un ente pubblico che per definizione non può fallire, esistono dei meccanismi di adeguamento. Il problema per i marchigiani non si pone”. Quanto all’esclusione dell’Inrca di Cosenza dalla Gestione sanitaria accentrata, l’assessore dà una lettura diversa: “La Regione non ha previsto che le prestazioni che venivano erogate dall’Inrca fossero inserite nel conto annuale sanitario. Il motivo è oggetto di approfondimento. Per le vie brevi, comunque, hanno detto che si è trattato di un semplice errore. Il dato fondamentale è che la Calabria ha sempre pagato, se non lo facesse si esporrebbe a conseguenze giudiziarie, noi avremmo un credito esigibile e potremmo persino pignorare il loro bilancio. Ma sono ipotesi irrealistiche, perché c’è una tutela giuridica e un ministero dell’Economia che è garante dato che la Regione è commissariata. Insomma, c’è garanzia di solvibilità”. Però restano da pagare questi 17 milioni, che l’assessore definisce “una partita di giro che nel sistema sanitario ci sta”. Interessante è capire come si originano questi 17 milioni di debiti. Funziona più o meno così: in pratica l’Inrca svolge in Calabria un servizio tramite un presidio sanitario ospedaliero con dipendenti pagati da Inrca, quindi Marche, e servizi che la Calabria deve pagare all’Inrca di Ancona. Per queste attività l’Inrca riceve sovvenzioni statali, non regionali, e l’istituto madre, annualmente, è chiamato a verificare tutti i suoi crediti per poter definire il bilancio di previsione. Cosa che in effetti, ancora, non è riuscito a fare, come emerge dalla determina n. 23 del 30 gennaio 2025 del direttore generale Maria Capalbo. Qualche problema c’è.



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