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Passo indietro della Regione. Il Carnevale di Ivrea merita di più degli spazzacamini


“Il Carnevale di Ivrea, con la sua celebre Battaglia delle Arance, è un’icona tra le manifestazioni italiane, una delle poche in grado di competere, per fama e importanza, con i carnevali di Venezia e Viareggio. Eppure, per la Regione Piemonte sembra quasi non esistere. Ivrea, con la sua celebrazione storica, non è un evento qualsiasi: è una tradizione secolare, un simbolo di identità e ribellione che attira ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo. Mentre i media internazionali esaltano il Carnevale di Ivrea – con il New York Times che lo descrive come “un’incredibile esplosione di colori e tradizione” – i nostri amministratori regionali lo ignorano.”

Così scrivevamo qualche mese fa raccontando dei contributi regionali assegnati per il 2024. Ed erano: 37.500 euro per il Carnevale di Borgosesia, 35 mila per quello di Santhià, e… 16.941 euro per Ivrea. Una cifra ridicola che non copre nemmeno le spese per le arance, che superano i 200 mila euro, né tanto meno i costi complessivi dell’evento, che vanno ben oltre i 500 mila euro.

Incredibile ma vero, Ivrea ha ricevuto  appena un po’ più dei 10 mila euro destinati agli Spazzacamini per la loro “pulitura dei camini”, e persino meno dei 35 mila euro che vanno agli Asini di Alba.

contributi

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Assistenza e consulenza

per il sovraindebitamento

È come se la Regione non avesse visto – o non avesse voluto vedere – la portata di questa manifestazione, che la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha dichiarato di rilevanza internazionale già il 27 settembre del 1956, come indicato nel documento protocollo n. 02999/894

La disparità era lampante, ma forse la responsabilità non era tutta regionale.

“La verità – scrivevamo – è che sembra giunta l’ora di una gran bella “rivolta” politica. La potrebbe guidare il consigliere regionale Alberto Avetta con un’interpellanza al Governatore Alberto Cirio e all’assessore Andrea Tronzano specificando quanto sia inaccettabile trattare Ivrea come un evento di contorno e non invece come uno dei simboli più rappresentativi della cultura piemontese nel mondo, come il Palio di Siena per la Toscana: un richiamo che porta turisti, investimenti e visibilità. Anche il consiglio comunale dovrebbe prendere posizione, obbligando il sindaco Matteo Chiantore a fare pressione e a pretendere per Ivrea il rispetto che merita anche perchè non è sempre stato così, o meglio fino a quando ha governato il centrodestra il contributo della Giunta regionale è stato di 50 mila euro, che non sono tanti, ma neanche pochini…”.

Da qui in avanti è successo ciò che era naturale succedesse. Avetta ha presentato un Ordine del giorno a sostegno del Carnevale di Ivrea e mercoledì 26 febbraio una maggioranza trasversale in Consiglio Regionale del Piemonte l’ha approvato. Evviva!

“E’ ormai un appuntamento di respiro internazionale – dice in merito Roberto Ravello, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Regione – che necessita di un apparato organizzativo sempre più complesso e oneroso: è perciò indispensabile che sia riconosciuto a pieno titolo tra i grandi eventi della Regione e che, come tale, riceva i finanziamenti necessari”.

L’ordine del giorno impegna infatti la Giunta ad inserire la manifestazione eporediese tra i grandi eventi del Piemonte, assicurando i finanziamenti adeguati. 

Finita qui? Non tanto. C’è ancora molto da fare in “tema di riconoscimenti” e di soldi…

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Consulenza fiscale

Consulenza del lavoro

Tutto starà nel capire quando è nato il Carnevale di Ivrea. Nel 1808, com’era riportato fino ad un paio di settimane fa sul sito della Fondazione dello storico Carnevale, o molto, molto prima?

Oggi, in seguito alle nostre tante sollecitazioni e a quelle che da 20 anni giungono dalla redazione de La Diana se lo chiede pure la maggioranza di centrosinistra (buoni ultimi) che governa la città.

Tutto scritto in una mozione firmata da Barbara Manucci (PD), Andrea Gaudino (Laboratorio Civico) e Vanessa Vidano. Obiettivo dichiarato: incaricare professionisti e storici del territorio, anche attraverso il coinvolgimento delle università e della Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, al fine di iniziare la ricerca dei documenti necessari all’individuazione della corretta collocazione storica della manifestazione.

La questione non è di lana caprina, considerando che, in base alla “storicità” si assegnano contributi statali significativi.
Per esempio, al Carnevale di Santhià, che dice di avere più di 600 anni di storia, il Governo ha bonificato poche settimane fa 191 mila euro; a Ivrea, che ne ha contati poco più di 200, appena 58.181 euro.

Anche di questo abbiamo parlato nelle scorse settimane – e pure tanto  – a fronte di un bando del Ministero della Cultura che guarda ai Carnevali  suddivisi per fasce: oltre 600 anni, tra 500 e 599 anni, e infine dai 25 ai 499 anni.

Da qui in avanti ci si è interrogati su questa disparità: è davvero possibile che il Carnevale di Santhià possa vantare una tradizione più radicata o autentica di quella eporediese?

Chiaro a tutti che 191 mila euro sono molti di più di 58 mila e che alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, costantemente con il cappello in mano, farebbero comodo.

Chiaro a tutti che ad un certo punto lo si era datato 1808, per insufficiente materiale documentale che ne attestasse la corretta collocazione temporale, più verosimilmente perché è di quell’anno la prima trascrizione di una cerimonia nei “Libri dei Processi Verbali”. 

Diciamo che chi ha gestito le richieste  di contribuzione fino ad oggi, cioè la Fondazione, non se n’è mai preoccupata quanto avrebbe dovuto, per incapacità, per pressappochismo, per disinteresse, perchè tanto poi alla fine la festa si fa e i soldi ce li mette il Comune…

Quaccia

 Franco Quaccia, Gabriella Gianotti, Giansavino Pene Vidari e Francesco Gioana

E si potrebbe ripartire da un libro: “Dalla paura alla vanità. Storia del Carnevale di Ivrea”. È del 2020, scritto da Danilo Zaia con la collaborazione di Franco Quaccia, Gabriella Gianotti, Giansavino Pene Vidari e Francesco Gioana. 

Il testo fa il punto degli odierni studi storici sul Carnevale eporediese e ha riscosso un notevole successo, vendendo quasi un migliaio di copie. Cifra notevole, considerando che si tratta di un testo scientifico e non del solito raccontino.

“Negli statuti comunali della città di Ivrea del 1433 vengono descritte le mascherate che si tenevano nei giorni di San Nicola e Sant’Ambrogio (6-7 dicembre) e di Santa Caterina (29 aprile)” – spiega Danilo Zaia. “Ma le cavalcate pazze compiute dai giovani eporediesi in questi giorni erano già attestate nel XIII secolo”.

“Il problema risiede nella natura multiforme della festa. Se alcune località sostengono di festeggiare ininterrottamente il Carnevale da più di seicento anni, raccontano una favola. Come sostiene l’odierna antropologia, tutta la festa ha subito notevoli trasformazioni, prendendo il nome di Carnevale (in tutta Italia e anche in Piemonte) solo durante il XVI secolo. Questo è segno di un cambiamento culturale che attestava il prendere sopravvento delle classi nobiliari e del clero su quelle che, fino a quel momento, erano chiamate semplicemente mascherate e che, in molti paesi di montagna, continuano a chiamarsi così tutt’oggi. Dalle feste di San Nicola si svilupparono le badie, l’odierno Stato Maggiore, gli Abbà e il Generale; da Santa Caterina una parte di quella figura che chiamiamo Mugnaia. Tutto questo è rigorosamente datato e documentato”.

Bonus agricoltura

Finanziamenti e contributi

Insomma tutta un’altra storia, e Ivrea potrebbe celebrare e farsi riconoscere dal Ministero ben di più di quanto non riceva oggi.

Le discussioni su Santhià e Ivrea, peraltro, non sono nuove. Già nel 2011, Franco Quaccia e Francesco Gioana, attraverso un’indagine dai toni volutamente ironici intitolata “Specchio delle mie brame, chi è il più antico del reame?”, avevano provato a fare chiarezza sul proliferare di Carnevali italiani che si auto-attribuiscono primati di anzianità.
Il risultato di quella ricerca, oltre a evidenziare il carattere grottesco della competizione, aveva portato alla luce un dato inconfutabile: stabilire chi sia il più antico è, di fatto, impossibile. La ragione risiede nella mancanza di parametri oggettivi e condivisi.

Molti Carnevali italiani vantano tradizioni che affondano le radici nei secoli passati, ma le prove a sostegno di tali affermazioni sono spesso inconsistenti, quando non del tutto inventate. S’intende quelle degli altri, non quelle di Ivrea. Certo, è possibile risalire all’origine delle celebrazioni carnevalesche come fenomeno sociale e culturale, ma individuare quale città abbia dato vita alla prima manifestazione è una questione ben più complessa.

Il Carnevale, infatti, ha radici antiche che risalgono all’epoca romana e ai baccanali pagani. In epoca medievale, la Chiesa trasformò queste celebrazioni, dando loro una nuova veste cristiana e collegandole al ciclo liturgico. Da lì in avanti, ogni città ha sviluppato le proprie tradizioni, rendendo il Carnevale un fenomeno comune a gran parte dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.

E Santhià, che si autodefinisce il Carnevale più antico del Piemonte e d’Italia? 

Questa affermazione si baserebbe su una serie di documenti di dubbia solidità.
Uno di questi sarebbe un manoscritto della prima metà del Trecento, citato da uno storico locale ma attualmente disperso. Un’altra “prova” spesso citata è una multa del 1430, comminata a un gruppo di giovani dell’Abbadia di Santhià colpevoli di aver portato un asino addobbato con abiti sacerdotali in chiesa. Si tratta di un atto di goliardia tipico delle celebrazioni carnevalesche, ma diffuso in molte altre località, compresa Ivrea. Ancora più discutibile è il documento del 1893, conservato dalla Pro Loco, che celebra l’“ottavo centenario” dell’Antica Società Fagiuolesca, retrodatandone l’esistenza al 1093 senza fornire alcuna prova concreta.

Chiaro a tutti che, in questo contesto, le rivendicazioni di Santhià appaiono fragili e, per certi versi, forzate.

Forse è ora che Ivrea, con oltre 200 anni di tradizione documentata, smetta di guardare il passato come un vincolo e inizi a usarlo come una leva per il futuro. Anche perché, come dice il proverbio, chi dorme non piglia contributi.

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