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Prestazioni aggiuntive, due medici condannati per danno erariale


Due medici in servizio presso l’ospedale Veneziale di Isernia, sono stati condannati dalla sezione giurisdizionale regionale per il Molise della Corte dei Conti al pagamento della somma complessiva di circa 100mila euro per danno erariale.
L’attività investigativa che ha portato alla condanna della Corte dei Conti è stata espletata dal Nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri di Campobasso: i due professionisti, stando all’accusa, durante l’orario di servizio svolto presso il presidio ospedaliero di appartenenza hanno certificato in maniera fraudolenta lo svolgimento di ulteriori prestazioni sanitarie presso altri presidi pubblici, e nello specifico presso il Francesco Caracciolo di Agnone, percependo così la retribuzione aggiuntiva e risultando contemporaneamente in servizio presso due distinti nosocomi appartenenti all’Asrem.
In sostanza, verosimilmente, avrebbero timbrato il fine turno in un ospedale e contemporaneamente avrebbero timbrato l’inizio del turno in un altro ospedale, e senza teletrasporto o dono dell’ubiquità è evidente che si tratta di una ipotesi irrealizzabile nella realtà. Da qui, dunque, la condanna.
In pratica, la vicenda riguarda gli straordinari – con emolumenti che fanno lievitare e non poco le buste paga a fine mese – erogati ai medici che si mettono a disposizione e sopperiscono alla cronica carenza di personale che affligge la sanità pubblica molisana.
Da segnalare che nel frattempo, in questi anni, è cambiato in modo sostanziale anche il modo in cui vengono argomentate le determine di liquidazione in tema di prestazioni aggiuntive. Fino all’avvio delle indagini da parte del Nas, infatti, negli atti si poteva avere contezza delle ore di “straordinario” senza particolari specificazioni. All’indomani della ‘visita’ del Nas, le determinazioni di liquidazione hanno cominciato a riportare specchietti informativi maggiormente specifici che riportano turni, orari, monte ore lavorate, numeri di matricola e liquidazioni singole.
Prestazioni aggiuntive – quindi turni in più – che i medici effettuano oltre a quelle che rientrano nei contratti, talvolta per un monte ore complessivo al limite della sostenibilità. Cosa che – si legge nelle sentenze numero 2 e 3 del 2025 della Corte dei Conti – ha indotto gli inquirenti ad andare a fondo della questione, sollevata – riferisce la Procura – anche da un articolo di stampa nel quale si narrava che, presso le strutture sanitarie di Agnone ed Isernia, i medici in servizio avevano raggiunto un monte ore per prestazioni straordinarie, e conseguenti emolumenti, dei quali si suggeriva l’anomalia. I costi che ne deriverebbero per le casse pubbliche, infatti, sono parecchio onerosi e forse proprio questo ha fatto sì che fossero accesi i riflettori sul tema. Tanto che la richiesta di risarcimento iniziale in favore dell’Azienda sanitaria regionale del Molise era di quasi 170mila euro.
Avviata l’attività istruttoria è emerso poi che – per i fatti oggetto della notizia di danno – era stata avviata un’indagine dai Nas e un procedimento penale. In particolare, il pubblico ministero ha riferito di aver acquisito una richiesta di rinvio a giudizio per truffa ed assenteismo fraudolento.
Il Pm ha imputato ai due camici bianchi, rispettivamente, un importo risarcitorio di 56.876 euro, per danno patrimoniale, e 32.625 euro al medesimo titolo, a cui si sommano ulteriori spese fino al totale di 99.154 euro.
Dall’analisi della documentazione istruttoria – si legge nelle sentenze – il requirente ha ricostruito che i due medici «in molteplici occasioni, nonostante fossero inseriti nella turnazione diurna della U.O.C. di Chirurgia generale dell’ospedale Veneziale di Isernia (presso cui erano incardinati in servizio), avevano svolto la propria prestazione lavorativa presso il pronto soccorso dell’ospedale Caracciolo di Agnone, allontanandosi dal proprio luogo di lavoro per espletare le prestazioni con un codice di registrazione presenza che classificava le prestazioni stesse come aggiuntive e straordinarie, e quindi maggiormente remunerate. Inoltre, la Procura ha riferito di aver accertato che gli stessi medici completavano il monte ore di lavoro ordinario nelle ore pomeridiane e notturne, quando tale tipologia di lavoro non era né richiesta organizzativamente, né contemplata nella predisposizione dei turni, giacché in quelle fasce orarie era prevista soltanto la reperibilità con eventuale prestazione di lavoro alla chiamata. Il tutto – ha riferito il requirente – senza la relativa autorizzazione del direttore del Unità operativa complessa di appartenenza».
Uno dei due medici – si legge sempre negli atti della Corte dei Conti – ha svolto ampie difese di merito, precisando di avere richiesto preventivo parere alla Procura per la definizione del giudizio con le forme del rito abbreviato, pur ribadendo il suo «fermo convincimento […] di avere agito non già con il dolo speculativo ipotizzato, ma unicamente nella sommarietà di richieste ed autorizzazioni estemporanee, dettate dallo ‘stato di necessità’ di dovere/volere contribuire al soddisfacimento delle esigenze dei presidi ospedalieri».
Le difese dispiegate in fase preprocessuale non hanno poi mutato l’impostazione accusatoria della Procura che, richiamate le disposizioni contrattuali e la regolazione aziendale inerente all’organizzazione dell’orario di lavoro, ed evidenziato in particolare che il regolamento non permetteva l’effettuazione di lavoro ordinario nelle ore pomeridiane e notturne, ha argomentato che «la ragione di questa anomalia, ossia, svolgere le prestazioni ordinarie non già dalle ore 8 alle ore 14,20, ma in orario pomeridiano e notturno, risiede […] nella esigenza di adempiere al debito orario mensile di prestazioni ordinarie propedeutico per accedere allo svolgimento delle prestazioni aggiuntive. Il debito orario di prestazioni ordinarie, oltre ad essere soggetto a recupero, preclude al sanitario di poter registrare eventuali “prestazioni aggiuntive”, anche se autorizzate».



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