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Per combattere davvero l’inquinamento da Pfas, l’unica strategia efficace è metterli al bando


Parlare delle tracce di Pfas nell’acqua potabile vuol dire guardare il dito e non la luna. Il problema dei Pfas sta nel loro utilizzo per la produzione di beni, che generano un rilascio diffuso di queste molecole nell’ambiente. Limitarsi a rincorrere questi inquinanti nelle acque potabili, puntando ad individuarli e rimuoverli con processi complessi e costosi, è sbagliato. I costi della rimozione di ciò che oggi circola, devono essere imputati a chi li ha messi in circolo introducendo la responsabilità estesa del produttore per questi materiali. Ma rapidamente devono essere messi al bando, evitando così che l’inquinamento di allarghi a macchia d’olio. Stiamo andando in questa direzione?

In Europa cinque Paesi (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) hanno chiesto, nell’ambito del Reach, di procedere a scala Ue alla restrizione dei Pfas, ma il processo di valutazione si è solo avviato. Al lavoro ci sono i comitati scientifici di Echa per la valutazione dei rischi (Rac) e per l’analisi socioeconomica (Seac), mentre commenti scientifici e tecnici sono stati ricevuti nel corso della consultazione pubblica.

Molti i dati raccolti che hanno esteso la platea di prodotti a rischio: applicazioni riguardanti sigillatura, tessuti tecnici, stampa e altre applicazioni mediche, come gli imballaggi e gli eccipienti per i prodotti farmaceutici. Parallelamente, la consultazione ha permesso di raccogliere informazioni e di verificare l’eventuale disponibilità di alternative per determinati usi di fluoropolimeri, un sottogruppo di Pfas di grande interesse industriale.

Due le ipotesi sul tavolo a scala europea: il divieto assoluto o il divieto con deroghe temporanee. I dubbi sul divieto assoluto riguardano soprattutto i settori dove sembrano ad oggi non esistere alternative, come quello delle batterie e delle celle a combustibile ed elettrolizzatori, dove l’assenza di alternative comporterebbe degli impatti socioeconomici sproporzionati, secondo alcuni. Per una restrizione totale di queste molecole si parla però di tempi lunghi, entro il prossimo decennio.

A tale scopo, eventuali proposte di restrizione alternative saranno confrontate con le due opzioni sopracitate e valutate; tra queste, a esempio la disposizione di condizioni specifiche per la fabbricazione, l’uso e l’immissione sul mercato di Pfas. A fine dicembre 2024, inoltre, il Rac e il Seac hanno raggiunto conclusioni provvisorie per tre settori: prodotti da costruzione, tessili, tappezzeria, cuoio, abbigliamento e tappeti, materiali e imballaggi a contatto con gli alimenti.

Le attività di analisi andranno avanti nel corso del 2025, per altri settori come gas fluorurati, trasporti ed energia, lubrificanti, dispositivi medici, elettronica e semiconduttori, i tempi sembrano più lunghi. Dovremo quindi attendere ancora mesi per conoscere la posizione finale della Commissione, riguardante l’Universal restriction of Pfas.

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Nel frattempo, si muovono i singoli Stati con misure nazionali. Il Governo danese è stato il primo (un anno fa) in Europa ad approvare un Piano d’azione nazionale per affrontare l’inquinamento da Pfas, stanziando 54 milioni di euro per il periodo 2024-2027. Aveva già proibito nel 2019 l’uso dei Pfas nella produzione di contenitori alimentari. Cosa prevede la legge danese? Per adesso misure rigorose in tre settori chiave: abbigliamento, suolo e acqua potabile.

A partire da luglio 2026, in Danimarca sarà vietata la vendita di abbigliamento, calzature e prodotti impermeabilizzanti contenenti Pfas. Questo divieto, introdotto con un anno di anticipo rispetto alle normative europee in discussione, ha già spinto molte aziende a cercare alternative sostenibili. Il divieto sull’abbigliamento Pfas entrerà in vigore il 1 luglio 2026, al fine di offrire alle imprese un “periodo di transizione”, ha affermato l’autorità di regolamentazione ambientale in un annuncio. Il divieto riguarderà sia l’abbigliamento importato che quello prodotto in Danimarca, ma non riguarderà l’abbigliamento “professionale” o “di sicurezza”

Inoltre, sono stati stanziati circa 13,5 milioni di euro per la bonifica dei terreni contaminati. Secondo le autorità regionali, fino a 15mila siti potrebbero essere interessati da inquinamento da Pfas, in particolare nelle aree utilizzate in passato per l’addestramento antincendio e lo smaltimento dei rifiuti.

La contaminazione delle falde acquifere è una delle preoccupazioni maggiori. Con un fondo dedicato di 110 milioni di corone danesi (circa 15 milioni di euro), la Danimarca ha avviato interventi per garantire l’approvvigionamento di acqua sicura, attraverso la creazione di nuovi pozzi e sistemi di filtraggio avanzati per rimuovere i Pfas.

L’industria chimica sta esercitando pressioni per limitare le restrizioni sui Pfas: la battaglia nelle istituzioni europee non sarà facile. Ma dopo la Danimarca nei giorni scorsi si è mossa la Francia, dove l’Assemblea nazionale ha adottato in via definitiva il disegno di legge per eliminare i prodotti contenenti sostanze per- e polifluoroalchiliche.  

La legge vieterà dal 1° gennaio prossimo (2026), la produzione, l’importazione e l’esportazione di prodotti contenenti Pfas nei cosmetici, nei prodotti a base di cera, negli impermeabilizzanti per abbigliamento, nei vestiti e nei prodotti tessili. La legge non riguarda invece gli utensili da cucina sono esclusi da questa norma. Entro il 2030 tutti i prodotti tessili saranno coperti dalla restrizione. La legge introduce poi il principio chi inquina paga: le aziende che usano Pfas nei loro prodotti dovranno pagare 100 euro per ogni 100 grammi di Pfas immessi sul mercato.

Intervenire a scala europea è necessario, ma i tempi delle decisioni sembrano ancora lunghi. Anche l’Italia dovrebbe valutare un intervento legislativo urgente.



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