Uno studio delle università di Hong Kong e Firenze rivela che il 94% delle specie a diretto rischio di estinzione non ha ricevuto alcun sostegno. Il grosso delle risorse agli invertebrati, pochi stanziamenti per anfibi, insetti e funghi
La tutela della biodiversità è uno dei capisaldi delle moderne politiche di sviluppo. Dopo decenni di consumo sconsiderato delle risorse, si prova a ragionare in un’ottica di protezione e di equilibrio di tutti gli elementi che possono garantire la sopravvivenza del pianeta. Il venir meno di specie animali o vegetali è come il venire meno degli anelli di una catena, per la cui tenuta sono tutti egualmente importanti. Eppure dalla teoria alla pratica il concetto non sembra trovare applicazione. Lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza delle risorse per i progetti di conservazione, sostenuti da istituzioni pubbliche o private, finisce con il tutelare solo una minima parte del patrimonio a rischio. Tradotto in numeri, quasi il 94% delle specie in pericolo di estinzione non ha ricevuto alcun sostegno nell’ultimo quarto di secolo.
A rivelarlo è uno studio internazionale pubblicato su Pnas a cura delle Università di Hong Kong e di Firenze – in parte sostenuto dal National Biodiversity Future Center finanziato dal Miur con fondi Ue -, che mette in evidenza lo squilibrio della distribuzione, a livello globale, dei fondi destinati alla salvaguardia di specie che ancora non sono scomparse ma che potrebbero presto esserlo. Ad attirare maggiore attenzione – e di conseguenza maggiori finanziamenti – sono infatti le specie considerate più iconiche, come gli elefanti o, per quanto riguarda il mondo marino, le tartarughe. Di cui nessuno di noi vorrebbe fare a meno, come di altri animali che per un motivo o per un altro siamo abituati a considerare più nobili di altri. Avranno dunque più chances di sopravvivenza, visto il «volume di fuoco», in termini di risorse economiche, destinato alla loro tutela. Ma questo avviene a scapito di altre specie, forse considerate meno «glamour», ma comunque fondamentali. Tra queste ci sono anfibi, invertebrati, piante e funghi.
Metodo e numeri
«Abbiamo analizzato 14.566 progetti di conservazione che abbracciano un periodo di 25 anni, dal 1992 al 2016, confrontando l’importo dei finanziamenti per specie con il loro status nella Lista Rossa stilata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) – spiega Stefano Cannicci, docente di Zoologia dell’Università di Firenze e membro della stessa Iucn -. Per la prima volta si è analizzato lo sforzo mondiale di conservazione studiando la distribuzione dei fondi e non contando il numero di articoli pubblicati. Ebbene, dei 1.963 miliardi di dollari assegnati complessivamente dai progetti, l’82,9% è stato destinato a vertebrati. Piante e invertebrati hanno rappresentato ciascuno il 6,6% dei finanziamenti, mentre funghi e alghe sono appena rappresentati, con meno dello 0,2% per ciascuna delle due categorie».
Ma non è tutto. Come nella Fattoria degli Animali di Orwell, anche in questo caso non tutti i vertebrati sono uguali, alcuni lo sono più degli altri. E si tratta dei mammiferi di grossa taglia, che in termini assoluti rappresentano solo un terzo dei mammiferi minacciati, ma che hanno ricevuto l”86% dei finanziamenti totali.
Animali come influencer
Manco fossero degli influencer, gli animali riescono ad avere più audience e più stanziamenti solo se sono belli. Forse perché poi se ne parla di più, insomma fanno più «engagement». E se sono brutti e piccini? Si prendono quello che avanza. È il caso degli anfibi, che sono tra i vertebrati a maggiore rischio di estinzione, con diverse specie di rane e salamandre da tempo attenzionate dagli studiosi. Ma i fondi dedicati alla loro protezione, tra cui quelli del progetto Life dell’Unione Europea che riguardano anche l’Italia, sono meno del 2% del totale. «In generale – spiega ancora il prof Cannicci – gli animali che noi consideriamo brutti o pericolosi, come pipistrelli, serpenti, lucertole e moltissimi insetti, con l’esclusione delle farfalle, sono scarsissimamente finanziati in termini di conservazione». Quell’aggettivo scelto dal docente, «scarsissimamente», rende molto bene l’idea. Ma apre però anche scenari preoccupanti.
Investire negli ecosistemi
«Investire i fondi sulla conservazione di poche specie non preserva gli ecosistemi che li supportano – fa notare ancora il ricercatore fiorentino -. Che senso ha conservare un animale ma non quelli della catena alimentare o le piante che sono alla base della sua sussistenza?». Insomma, il rischio è che questa mole di risorse venga sprecata se non si realizza un coordinamento che permetta di ragionare in termini più ampi. Appunto a livello di ecosistemi. In vista della Cop16 in corso in questi giorni a Roma, uno studio di Legambiente aveva ad esempio evidenziato come siano 58 gli ecosistemi naturali a rischio in Italia, di cui 7 già in pericolo critico di estinzione. La ricerca internazionale, oltre a fotografare la situazione, porta con sé anche l’auspicio di un cambiamento di metodo e l’invito ad un riallineamento delle priorità di finanziamento, associato alla richiesta di un aumento generalizzato delle risorse destinate alla protezione della natura. Valori, questi, che negli ultimi tempi sembrano però avere perso un po’ di quota nel borsino della politica.
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