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«Non chiamatemi comunista, sono un cristiano»


A 23 anni a causa di un incidente finisce su una sedia a rotelle. La sua vita sembra finita, invece acquista una nuova dimensione quando incontra la Comunità Papa Giovanni XXIII. Diventa papà di casa famiglia e protagonista di innumerevoli battaglie in difesa degli ultimi e per la pace. Attualissime le sue denunce sull’ipocrisia della guerra.

La Carta di fondazione della Comunità Papa Giovanni XXIII riporta questa frase: “I membri della Comunità si propongono, oltre alla condivisione diretta, anche di rimuovere le cause che creano l’emarginazione, impegnandosi, in conformità alla Dottrina sociale della Chiesa, in una azione non violenta, per un mondo più giusto, per essere voce di chi non ha voce”.

Mario Catagini ha fatto davvero sue queste parole e lo si è voluto ricordare a dieci anni dalla sua nascita al cielo, con un evento – messa e testimonianze – che si è tenuto a Vicenza il 21 febbraio scorso presso la Basilica dei santi Felice e Fortunato. Lui infatti è stato non solo padre di casa famiglia, ma anche un cittadino impegnato per la pace, animatore instancabile ed appassionato delle lotte civili e nonviolente per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità e per la realizzazione di una città strutturata con i principi dell’inclusione e dei diritti di tutti, a partire dalla eliminazione delle barriere architettoniche. E tutto ciò lo ha fatto facendosi portare da una carrozzina, totalmente dipendente dall’aiuto altrui, a causa delle conseguenze di un incidente stradale avvenuto a 23 anni.

Foto di Viviana Viali



Dopo una decina d’anni da quel terribile evento, Mario conobbe Germana, affetta da un’artrosi progressiva deformante, che lo mise in contatto con don Oreste e la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini. Con Arciso e Teresa Peretto, Mario è stato cofondatore della prima casa famiglia in Veneto ed il primo responsabile di zona dell’associazione.

Ma quello che vogliamo mettere ora in evidenza è che ha portato avanti valori e battaglie non armate secondo lo spirito di rimuovere le cause che determinano il bisogno. 


«Non un soldo per la guerra»


Convinto che la risoluzione dei conflitti avviene attraverso il dialogo, la cooperazione, la non violenza, è stato anche fedele assertore della pace: sarà per decenni obiettore di coscienza alle spese militari per denunciare il fatto che le armi “uccidono” ancora prima di essere utilizzate e sarà in prima fila a Vicenza, dal 2007 in poi, per evitare che venisse costruita una nuova base militare.

A tal proposito scriveva: «Sono uno di quelli che dicono “no” a una nuova base militare USA a Vicenza. L’ho detto ieri, lo ripeto oggi e non mi stancherò di dirlo finché ne avrò le forze: “voce di chi non ha voce”. Per chiarire le idee a qualcuno, dico subito: questo mio “no” non deriva dall’essere un comunista o un antiamericano. Io sono un cristiano! Il Signore mi insegna ogni giorno a non avere nemici. Da anni aderisco alla Campagna Obiezione alle Spese Militari per la Difesa Popolare Nonviolenta che vuol dire: Non un soldo per la guerra, ma paghiamo per la pace: chiediamo la riduzione delle spese militari; chiediamo che sia cambiato il modello di difesa; chiediamo che venga istituito il Ministero della Pace».


«Si toglie ai poveri per dare ai ricchi»


In merito ai tagli al sociale effettuata dall’Ulss dove risiedeva, scriveva ai dirigenti che li avevano effettuati: «Questo è un taglio che va a ferire in maniera profonda i cittadini disabili e le loro famiglie, ma ancor di più la civiltà di un popolo che non può più definirsi libero, paritario nei diritti.

Dalla Regione il bilancio non è stato calcolato in maniera equa, si toglie ai poveri per dare ai ricchi. Vengono fatti investimenti in opere che non sono di prima necessità (vedi nuovi ospedali, nuovi raccordi autostradali, e altre in progetto). Io vedo che le analisi sulla società attuale vertono soprattutto sulla società retta dal denaro e da tutto ciò che lo può produrre. A conferma, quando si va a confronto con gli Enti Pubblici per dialogare si finisce mettendo le condizioni di tutto su basi economiche e di bilancio. Il bene dell’uomo ci emoziona sempre, può fare anche piangere ma poi viene messo in secondo piano».


La denuncia dell’ipocrisia della guerra


A Mario non sfuggiva nulla ed era sempre pronto a far sentire la sua voce fisicamente flebile, ma spiritualmente potente, come la sua reazione ad un articolo del 2013 riguardante il ritiro della presenza armata straniera dall’Afghanistan: «Avete scritto: “Quasi 12 anni di presenza armata straniera ha lasciato il segno nel bene e nel male”. Cosa volete dire? Che per fare il bene salvando una vita si può accettare di ucciderne altre dieci? Io non ho dubbi che in queste vicende di guerra ci sia più male che bene. Al ritiro delle truppe straniere previsto per l’anno prossimo, lasciando “un paese allo sfascio” come la mettono gli occidentali che hanno voluto e sostenuto questa guerra? Sarà come nelle favole, che alla fine “vissero tutti felici e contenti” nel bene e nel male?! Si conteranno i soldati morti, ognuno i suoi: uno, due, mille, cinquemila, tutte vittime e non eroi. I civili morti e dispersi sono così tanti che è impossibile contarli e onorarli di una degna sepoltura. Come del resto si passa sopra al numero dei feriti, ai mutilati, e agli invalidi permanenti. Le vedove e gli orfani, i profughi, i traumatizzati dai bombardamenti. Le distruzioni dell’ambiente eccetera. Di fronte a questi eventi, come si fa a non dire e manifestare “No War”?! Noi intanto continuiamo, anche se è poco e anche se siamo in pochi a dire e manifestare pubblicamente il nostro “No Dal Molin”!!»

Parole oggi drammaticamente attuali per il proliferare di conflitti e guerre a livello globale, per l’insorgenza ovunque dei nazionalismi, per il disprezzo della legge internazionale sui diritti umani.

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Mario Catagini insieme a due persone accolte nella sua casa famiglia
Foto di Viviana Viali


Il coraggio di osare


Il verbo che più ha coniugato Mario è stato osare. Verso la fine degli anni settanta ha osato divenire figura paterna in casa famiglia pur essendo tetraplegico e lo è stato per oltre 35 anni; ha osato essere voce di chi non ha voce, sentendosi disabile con i disabili e non accettando nessun compromesso; ha osato manifestare contro la costruzione della nuova base americana a Vicenza, mettendo a repentaglio anche la sua stessa salute.

Il riportare alla memoria quanto fatto e scritto da Mario non vuol essere un ricordo nostalgico, ma una provocazione e uno stimolo ad ognuno di noi perché, come lui, possiamo sentire insopportabile ogni ingiustizia e con passione e determinazione, divenire voce di chi non ha voce!



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